49 ANNI DI RECLUSIONE AI 7 IMPUTATI NEL PROCESSO CONTRO LA COSCA MANDALA’ - Condanne per quasi mezzo secolo di carcere sono state emesse dai giudici della quinta sezione penale del Tribunale di Palermo nell’ambito del processo per la realizzazione di un maxi centro commerciale a Villabate.

PALERMO - I giudici hanno condannato, complessivamente, a 49 anni di reclusione i 7 imputati del processo sui rapporti tra imprenditoria, politica e la cosca mafiosa di Villabate dei boss Mandalà. Il collegio, presieduto da Patrizia Spina ha condannato a 10 anni Giovanni La Mantia, accusato di associazione mafiosa; a 8 anni e mezzo l’ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa; lo stesso reato viene contestato agli architetti Antonio Borsellino, condannato a 7 anni e a Rocco Aluzzo, condannato a 8 anni. A 7 anni è stato condannato l’imprenditore romano della Asset Development Francesco Paolo Marussig, accusato di corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Di corruzione semplice era accusato il socio di Marussig, Giuseppe Daghino, condannato a 4 anni. A 4 anni e 6 mesi, infine, è stato condannato l’ex sindaco di Catania Francesco Lo Presti, imputato di riciclaggio. Il processo è stato istruito dai pm della Dda Nino Di Matteo e Lia Sava e ruota attorno al progetto di realizzazione di un ipermercato a Villabate.

Secondo gli inquirenti, l’imprenditore romano Marussig, interessato alla costruzione del centro commerciale, avrebbe stretto un patto con la cosca capeggiata dal boss Nicola Mandalà, uomo del capomafia Bernardo Provenzano. La mafia avrebbe assicurato il consenso alla vendita dei proprietari dei terreni su cui sarebbe dovuta sorgere la struttura e le necessarie modifiche del piano regolatore comunale grazie ai contatti strettissimi tra Mandalà e l’allora sindaco Lorenzo Carandino. In cambio le cosche avrebbero ottenuto la scelta del 30% delle ditte che avrebbero dovuto eseguire i lavori e gestire i negozi dell’ipermercato e l’imposizione del 20% dei dipendenti da assumere. A mediare il rapporto tra il clan e la Asset che aveva il compito di sviluppare il progetto, sarebbero stati, tra gli altri, i due architetti condannati. Per ottenere l’appoggio presso l’amministrazione locale, poi, l’impresa si sarebbe impegnata a versare una tangente di 300 milioni di vecchie lire. Solo una parte, 25mila euro, della somma, però, sarebbe stata versata. Il collettore della tangente sarebbe stato Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale, poi consulente del sindaco Carandino. Campanella, che è ora collaboratore di giustizia, è tra le principali fonti dell’accusa. Nella vicenda avrebbe avuto un ruolo anche l’ex sindaco di Catania, Francesco Lo Presti, condannato. L’imputato avrebbe simulato di avere svolto una consulenza per la Asset, attraverso la sua società con sede a Malta, per incassare l’equivalente della tangente e poi girarla ai veri destinatari.

I giudici della quinta sezione penale hanno accolto quasi per intero le richieste di pena che erano state formulate dai pm Antonino Di Matteo e Lia Sava. Durante la requisitoria, i rappresentanti dell’accusa avevano parlato di un “patto tra la famiglia mafiosa di Villabate” e le imprese che si sarebbero dovute occupare della realizzazione del centro commerciale di Villabate.

Poi, la costruzione del mega centro non e’ mai avvenuta. A fare partire l’inchiesta che ha portato alle condanne era stato il pentito di mafia, Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate e consulente del sindaco di allora Lorenzo Carandino, condannato a 8 anni e mezzo.

Rischiano un processo per falsa testimonianza tre dei testimoni che sono stati sentiti nell’ambito del processo per la mafia culminato in una sentenza di condanna per quasi mezzo secolo di carcere per sette imputati. Il presidente della quinta sezione penale del Tribunale, Patrizia Spina, leggendo il dispositivo della sentenza ha annunciato che gli atti che contengono le testimonianze dei tre proprietari di terreni che dovevano essere venduti per realizzare un centro commerciale, verranno mandate alla Procura “per procedere per falsa testimonianza”.

I sette condannati dovranno risarcire il Comune di Villabate. Lo hanno stabilito i magistrati della quinta sezione penale che hanno lasciato, però, al giudice civile la quantificazione del danno che spetta all’amministrazione, costituita parte civile attraverso l’avvocato Francesco Crescimanno. Tra gli imputati condannati, chiamati a risarcire il Comune, c’era anche Lorenzo Carandino, l’ex sindaco di Villabate, al quale sono stati inflitti 8 anni e 6 mesi per concorso in associazione mafiosa, secondo gli inquirenti nelle mani del boss Nicola Mandalà. Proprio in seguito a questi fatti, accertati dai carabinieri, l’amministrazione è stata sciolta per infiltrazioni mafiose. I giudici hanno inoltre disposto la trasmissione degli atti alla Procura, perché proceda per falsa testimonianza, nei confronti di tre testimoni: due proprietari dei terreni sui cui sarebbe dovuto sorgere il centro e Lucio Geranio, un ex politico di Villabate.

“E’ una sentenza molto importante perche’, oltre a confermare interamente l’impianto accusatorio della Procura, conferma che esiste uno spazio di affermazione di responsabilita’ per il concorso sterno in associazione mafiosa sulla cui configurabilita’ ci sono state di recente molte polemiche”. Lo ha detto il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, commentando la sentenza di condanna nel processo della mafia di Villabate (Palermo).

“Sara’ molto interessante leggere le motivazioni della sentenza - ha aggiunto il capo del pool antimafia - proprio per individuare gli spazi operativi sul concorso esterno in associazione mafiosa”. E ancora: “E’ un grande successo per la linea dell’ufficio del pm. E’ confermato l’impianto accusatorio su una vicenda che ha anche dei risvolti politici”.

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