ultimo blitz della dia di catanzaro . La Direzione investigativa antimafia ha apposto i sigilli a numerosi beni mobili ed immobili di Pietro Giovanni Marinaro. Contro il presunto boss, condannato all’ergastolo, le accuse dei pentiti fuoriusciti dal potente clan

CORIGLIANO -  Vogliono ridurre alla fame i boss. Vogliono portare via loro quello a cui tengono di più: i patrimoni. È la rivincita delle Istituzioni. È l’affermazione dello Stato in quei territori che sembravano definitivamente perduti, bottino nelle mani della ‘ndrangheta. Uno dopo l’altro, i beni di “amici” ed “amici degli amici”, che rappresentano parte del fatturato illecito dell’organizzazione, finiscono sotto sequestro preventivo, in attesa della confisca. L’ultimo blitz è quello eseguito dai detective della Direzione investigativa antimafia di Catanzaro, guidati dal vicequestore Antonino Cannarella, nella Sibaritide. Gl’inquirenti hanno apposto i sigilli al “tesoro” di Pietro Giovanni Marinaro, 56 anni, di Corigliano, che gl’inquirenti ritengono al vertice della cosca fondata dal mammasantissima Santo Carelli. Il valore dei patrimoni finiti sotto sequestro supera, complessivamente, i 500 mila euro. In particolare, lo Stato ha messo le mani su un compendio aziendale, diverse polizze assicurative, un fondo agricolo, un fabbricato a due elevazioni fuori terra, un capannone industriale, un appartamento comprensivo di garage e numerosi rapporti bancari e postali riconducibili a Marinaro o ai suoi familiari. Il provvedimento è stato emesso dalla Corte d’assise di appello di Catanzaro – Seconda sezione penale. Pietro Giovanni Marinaro si trova attualmente ristretto nella casa circondariale di Padova per scontare una condanna all’ergastolo. Il provvedimento eseguito dalla Dia è consentito dalla legge “Rognoni-La Torre” quella che permette allo Stato di ridurre sul lastrico boss e picciotti.

Alla ricostruzione del patrimonio di Marinaro hanno lavorato gli esperti della Dia, sviluppando una meticolosa attività d’intelligence con una puntuale ricostruzione dell’accidentato reticolo delle movimentazioni bancarie e patrimoniali. Il sequestro dei beni eseguito su Corigliano va ad aggiungersi al lungo elenco di provvedimenti eseguiti dall’inizio dell’anno dalla Direzione investigativa antimafia di Catanzaro per un valore di oltre 7 milioni di euro.

Sono stati i collaboratori di giustizia fuoriusciti dal locale coriglianese a narrare le gerarchie del clan e a indicare Marinaro ai vertici del sodalizio. Uno dei pentiti più devastanti per la cosca, Giorgio Basile, inteso come ‘u tedesco, il sicario di “fiducia” del gruppo storico della ‘ndrina guidata da Santo Carelli, il capobastone di Corigliano definitivamente condannato all’ergastolo, raccontò del conflitto di successione per la reggenza dell’organizzazione. Che sarebbe stata oggetto delle ambizioni di Vincenzo Fabbricatore. Una leadership mafiosa che avrebbe per diverso tempo conteso a Pietro Giovanni Marinaro, il fedelissimo luogotenente di Carelli. Basile dichiarò che «nei confronti di Fabbricatore e dei “compari” passati sotto la sua “fibbia” la sentenza di morte era stata emessa già dal 1997». L’aspirante “reggente” del locale di ‘ndrangheta venne comunque eliminato nel marzo del 2002 in un plateale agguato compiuto a colpi di kalashnikov lungo la statale 106 jonica, che lasciò sotto una raffica di piombo anche il suo fedelissimo braccio destro Vincenzo Campana, inteso come “Qua-qua”.

A far luce sulle trame interne al locale di Corigliano hanno contribuito, naturalmente, altri collaboratori di giustizia come Giovanni Cimino e Tommaso Russo, vecchi sicari al soldo delle “coppole”. E proprio attraverso i loro pentimenti la Dda è riuscita a decapitare una delle organizzazioni mafiose più potenti di questo pezzo di Calabria. I collaboratori di giustizia hanno attribuito a Marinaro la paternità di alcuni omicidi come quello di Giovanni Viteritti, inquadrato nella lotta di successione interna al clan Carelli, e quello del narcotrafficante catanese, Domenico Sanfilippo, assassinato perchè si temeva un suo pentimento. Delitti comandati, secondo i magistrati della Dda di Catanzaro, proprio da Marinaro, riconosciuto “reggente” della cosca orfana del suo padrino. E in questi anni di potere, Marinaro avrebbe accumulato quelle sue ricchezze che per la Dia rappresentano il provento di attività illecite. In sostanza, si tratterebbe di beni prodotti dall’organizzazione criminale.

GIOVANNI PASTORE GAZZETTA DEL SUD

 



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