METTEVA ALL’ASTA MERCE FANTASMA SUL WEB. ARRESTATO GIANNI SICILIANO, RITENUTO COMPLICE DI FUSINATO
COSENZA NEWS 2 Ottobre 2008
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COSENZA - I nuovi predoni vanno all’abbordaggio degl’ignari internauti che solcano le sterminate acque della rete. Pirati della galassia virtuale che saccheggiano le tasche (e, soprattutto) i conti degli assidui frequentatori di negozi ed aste on line. Capita spesso che tra offerte imperdibili ed occasioni uniche i poveri acquirenti finiscano per essere gabbati da orde di abili truffatori. E nel Cosentino era stato stanato già un professionista degli inganni sul web, quel Francesco Fusinato che venne ammanettato alla frontiera di Ventimiglia mentre su un pullman di linea tentava di lasciare l’Italia con un tesoro. Seguendo le tracce di imbrogli, i poliziotti delle comunicazioni avrebbero ricostruito un’ipotetica rete e uno dopo l’altro sarebbero finiti in manette i presunti fiancheggiatori dell’indagato principale. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Gianni Siciliano, 26 anni. L’ordinanza cautelare emessa nei suoi confronti dal gip Lucia Marletta, su richiesta del pm Claudio Curreli, è stata eseguita ieri sera. Il giovane è stato associato alla casa circondariale di via Popilia, in attesa di comparire davanti al giudice per le indagini preliminari per l’interrogatorio di garanzia alla presenza del suo difensore di fiducia, l’avvocato Antonio Quintieri. Il giovane, che si protesta innocente, è finito nei guai con l’accusa di truffa, ricettazione, falsificazione di documenti e sostituzione di persona. Nel corso delle operazioni di rito, gl’investigatori del sostituto commissario Tiziana Scarpelli hanno sottoposto a perquisizione alcuni appartamenti riconducibili all’indagato (non di proprietà ma presi in locazione). Su disposizione dell’autorità giudiziaria sono stati sequestrati 11.260 euro in contanti, varie carte di credito, assegni circolari riconducibili proprio a Siciliano per un valore di alcune decine di migliaia di euro.
L’inchiesta parte da lontano. E ad innescarla sono state decine di denunce di persone, sparse in tutta Italia, che sarebbero state raggirate. Esposti piovuti sul tavolo del pm Curreli che il magistrato ha girato agli specialisti della polizia delle Comunicazioni, coordinati dal primo dirigente Sergio Iannello e dal dirigente del settore operativo per la Calabria, il vicequestore Gaetano Di Mauro. Un lavoro d’intelligence coordinato dalla Procura cittadina, guidata da Dario Granieri, che, a distanza di dieci mesi, fornì il primo importante risultato con l’arresto di Francesco Domenico Fusinato, 31 anni, di Marano Marchesato. Ma l’inchiesta proseguì e uno dopo l’altro sarebbero stati identificati gl’ipotetici complici di Fusinato. Secondo quanto emerse dalle investigazioni, Fusinato e Siciliano sarebbero stati legati da amicizia. E pare che i due si trovassero insieme a Roma quando Fusinato tentava di sottrarsi alla cattura.
Fusinato prima e siciliano dopo sono stati incastrati dalle investigazioni telematiche sviluppate dai detective della Sezione cosentina della Polcom. Indagini secondo schemi tradizionali e tecniche d’intelligence informatica. Negli esposti delle vittime dei raggiri sono state ricostruite le disavventure patite andando alla ricerca dell’affare in rete. Episodi assai simili legati da un sottilissimo filo che s’annodava intorno al medesimo provider da cui gl’ipotetici truffatori cosentini lanciavano il loro amo ai visitatori dei negozi virtuali. Nella loro vetrina telematica i presunti imbroglioni avrebbero esposto merce mai effettivamente giunta a destinazione per il semplice fatto che si sarebbe trattato di allestimenti fittizi. I soldi, invece, li avrebbero incassati puntualmente in anticipo, facendoseli accreditare su carte di credito prepagata del tipo “Poste-pay” e riscuotendoli agli sportelli postamat dei vari uffici postali spalmati tra Cosenza e Rende. Naturalmente, gl’indagati si sarebbero presentati al pubblico dei cyberacquirenti sotto mentite spoglie. Secondo i detective della Polcom il sistema avrebbe consentito di mettere insieme fino a 50 mila euro al mese di guadagno. Si tratta di classici casi di identità rubate per consumare “rapine” in rete.
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