OPERAZIONE “ZAPPETTA” - DROGA, IL PM CHIEDE MEZZO SECOLO DI CARCERE PER I SETTE IMPUTATI
NDRANGHETA TODAY 1 Ottobre 2008
|
|
Il rappresentante della pubblica accusa, claudio curreli, ha sollecitato la condanna dei sette imputati che hanno scelto l’abbreviato. La pena più alta (10 anni di reclusione) è stata invocata nei confronti di Guido Ceravolo e Carmine Perri |
cosenza - Più di mezzo secolo di carcere (esattamente cinquantuno anni e quattro mesi di reclusione) chiesti a conclusione d’una articolata requisitoria. Il pm Claudio Curreli ha presentato un conto salatissimo ai sette imputati dell’inchiesta “Zappetta”, che hanno scelto d’essere giudicati col rito abbreviato. In particolare, davanti al gup Loredana De Franco, il requirente ha sollecitato la condanna di: Fabrizio Marino, detto “‘u piranha”, 24 anni, a 9 anni di reclusione; Guido Ceravolo, detto “u gargiulu”, 23, a 10 anni di carcere; Nunzio Gabriele, 22, a quattro anni e quattro mesi; Dario Altimari, 30, a otto anni; Carmine Perri, 40, a dieci anni; Francesco Gagliardi, alias Ciccio, 26, a sei anni; Francesco Abate, 21, a quattro anni. Per Massimiliano Ioele, 36, che aveva scelto il rito ordinario, il magistrato ha chiesto, invece, il processo. Nei prossimi giorni replicheranno gli avvocati che compongono l’agguerrito collegio difensivo (formato da: Maurizio Nucci, Nicola Rendace, Antonio Quintieri, Cesare Badolato, Alberto Rossi, Filippo Cinnante, Riccardo Panno, Daniele Piraino e Giuseppe Trombino). Successivamente, il giudice si ritirerà in camera di consiglio per la sentenza.
Nei fascicoli del processo sono finiti gli atti dell’inchiesta antidroga sviluppata dalla Mobile. Nel corso dell’attività d’intelligence, i detective dell’ispettore superiore Lucia Gazineo captarono dozzine di colloqui. Conversazioni nelle quali gl’imputati avrebbero parlato spesso di «zappe». Una volta, uno di loro si lasciò scappare per telefono uno strano desiderio: «Se io non mi faccio la zappa, muoio». I poliziotti della narcotici che ascoltavano in cuffia sapevano benissimo che la coltivazione dei terreni, però, non c’entrava nulla con quella gente e che il tema in discussione era la droga. Al telefono si parlava pure di “gnugna”, di “neve”, di “fumo” e di “erba”. Molte volte, però, gl’intercettati si sarebbero soffermati su “chiodi”, “signorine”, “ragazzi”, “materia prima” e “cd”. Tentativi vani di criptare il malaffare, un’attività fiorente, secondo i poliziotti del questore Raffaele Salerno. E quelle conversazioni “spiate” sarebbero state puntualmente riscontrate attraverso piccoli sequestri di stupefacenti e ammissioni di tossicomani che costituirebbero lo zoccolo duro della inchiesta che venne segnata da una motivata ordinanza cautelare emessa dal gip Lucia Marletta su richiesta del pm Curreli. L’inchiesta partì nel novembre del 2007. A farla detonare fu un’informativa della Mobile nella quale veniva evidenziato il passato di Marino, volto noto negli archivi della polizia giudiziaria, ritenuto dagl’investigatori particolarmente attivo nell’attività di spaccio. C’era un particolare che alimentava i sospetti: qualcuno, nel marzo di quell’anno, gambizzò il giovane, davanti ad un locale notturno. Seguendo gli spostamenti di Marino, una sera, nei pressi d’una paninoteca di Rende, il giovane sarebbe fuggito insieme ad una ragazza e a Guido Ceravolo dopo aver notato la presenza dei poliziotti. Fu quello il punto di partenza d’una complessa indagine tecnica che avrebbe consentito di raccogliere informazioni preziose sulla pretesa illecita attività nella quale sarebbero stati impegnati, con varie mansioni, gl’indagati. Durante l’attività d’intelligence, gli imputati avrebbero spesso cambiato numeri ed utenze telefoniche rendendo ancora più complesso il lavoro degl’inquirenti. Investigazioni tecniche ma anche metodi tradizionali di pg col sistematico controllo dei tossicomani fermati subito dopo l’acquisto della “roba”.
Dalle attività investigative sarebbe emerso che ciascun ipotetico pusher utilizzava tra dieci e quindici schede telefoniche, cambiandole spesso per sfuggire ai controlli degli investigatori. Nelle loro abitazioni sono state trovate fotocopie di numerosi documenti, spesso di persone ignare di tutto, che venivano usati per acquistare usim con nomi puliti. Dalle indagini è inoltre emerso che il supposto gruppo avrebbe operato per lo più a Cosenza e a Rende, nei pressi di frequentati locali notturni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i presunti spacciatori sarebbero stati in grado di cacciare di tutto: dall’eroina alla cocaina, dall’hascisc alla marjiuana. Canale di approvvigionamento preferito sarebbe stato il Reggino.
| |











































Lascia un Commento