PISTOLA CHE UCCISE MOLÈ FORSE RUBATA AL COMANDO VIGILI. IPOTESI NEGLI ATTI DELL’INCHIESTA “CENT’ANNI DI STORIA”
NAPOLI NOTIZIE 25 Luglio 2008
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“OPERAZIONE CENT’ANNI DI STORIA” - L’arma che uccise Rocco Molè potrebbe essere stata rubata al comando dei vigili urbani di Gioia Tauro. Pignatone ottimista: «Mi auguro che ci siano presto novità». Interrogatori completati
REGGIO CALABRIA - L’arma che uccise Rocco Molè potrebbe essere stata rubata al comando dei vigili urbani di Gioia Tauro. L’8 ottobre 2007, quattro mesi prima dell’uccisione del reggente della storica famiglia di ‘ndrangheta, nella sede della Polizia municipale del grosso centro della Piana erano state rubate quattro pistole Beretta calibro 9×21. Sul luogo in cui è stato ferito a morte Rocco Molè sono stati recuperati cinque bossoli di 9×21. L’ipotesi che possa esserci un filo di collegamento tra il furto delle armi e l’eliminazione del boss è stata presa in considerazione dai magistrati della Dda nelle indagini sfociate martedì pomeriggio nella raffica di fermi dell’operazione “Cent’anni di storia”, servita per decapitare le teste pensanti dei clan Piromalli, Molè e Alvaro. Una scelta motivata dall’esistenza pericoli di fuga e, soprattutto, da segnali che facevano pensare alla realizzazione di vendette, a risposte a fatti di sangue che nei mesi scorsi hanno certificato la frattura tra gli alleati storici facendo salire il termometro della preoccupazione.
Nel provvedimento di fermo i magistrati affermano che «quanto emerso nelle attività tecniche in corso ha indotto a meglio analizzare alcuni eventi occorsi e precisamente il furto delle pistole d’ordinanza nel Comando di polizia municipale e l’omicidio di Rocco Molè».
«Tali eventi, seppur apparentemente non presentano connessioni – proseguono i pm – di fatto potrebbero essere legati dal tipo di arma utilizzata per compiere l’omicidio di Rocco Molè».
L’attività d’indagine, avviata dal commissariato di Gioia Tauro diretto da Pino Cannizzaro, e proseguita in collaborazione con il personale della sezione criminalità organizzata della mobile diretta da Renato Panvino, ha descritto gli scenari in cui si muovevano i potentati mafiosi della Piana, i collegamenti con faccendieri che facevano da testa di ponte nei tentativi di avvicinare i politici, soprattutto per ottenere una revisione del 41 bis. Gli investigatori hanno individuato nell’acquisizione della Alla Services l’origine della frattura tra i Molè, che tentavano di far giungere imprenditori svizzeri, e i Piromalli, vicini alla cordata formata dall’imprenditore Pietro D’Ardes con il sostegno degli Alvaro di San Procopio e Sinopoli. Il giorno dopo l’appalto vinto dal gruppo sostenuto dai Piromalli si era registrato l’omicidio Molè. «Mi auguro che ci siano presto novità. Comunque abbiamo già ottenuto un bel risultato». È il commento del procuratore Giuseppe Pignatone il giorno dopo l’operazione che ha disarticolato i clan della Piana. Terminata la fase operativa, i magistrati della Dda reggina (con Pignatone hanno fermato il decreto di fermo i sostituti Salvatore Boemi, Roberto Di palma, Roberto Pennisi. Maria Luisa Miranda e Michele Prestipino) attendono di ricevere il materiale che è stato sequestrato nel corso dell’operazione.
In particolare gli inquirenti aspettano di vedere cosa è stato trovato nelle celle dei principali boss detenuti. Le carte non sono ancora arrivate a Reggio, dal momento che quasi tutti i controlli sono stati fatti in istituti penitenziari di altre regioni.
Copie delle carte dell’inchiesta riguardanti il senatore Marcello Dell’Utri sono state trasmesse alla Procura generale di Palermo dove è in corso il processo d’appello che vede il parlamentare del Pdl imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. La trasmissione degli atti, di cui ha parlato un quotidiano nazionale, non ha effetti sull’inchiesta reggina: «Si tratta – ha detto Pignatone – di due cose differenti. Per noi Dell’Utri è persona informata sui fatti. Poi, siccome ci sono riferimenti alla sua posizione ed è notorio che c’è un processo in Corte d’appello a Palermo, abbiamo mandato le carte alla Procura generale di Palermo che farà le sue valutazioni se sono utili all’accusa, alla difesa o se non servono a niente. Il nostro processo continua. Siamo ancora in piena attività». Ieri sono stati completati gli interrogatori di garanzia a cura dei gip nei tribunali delle città in cui i fermi sono stati eseguiti. Oltre a Palmi, dunque, dove c’è il maggior numero di indagati (nove, per la precisione), gli interrogatori si sono svolti a Milano, dove è stato fermato il reggente della cosca, Antonio Piromalli, figlio del boss detenuto Giuseppe, Busto Arsizio (Varese), e Roma.
Intanto il segretario del Pdci calabrese, Michelangelo Tripodi, in una nota, chiede misure di porotezione per Aldo Alessio, ex sindaco di Gioia Tauro, dalle cui dichiarazioni, secondo l’esponente politico calabrese, è scaturita l’operazione che ha portato ai fermi di martedì. «Per quanto ci riguarda – prosegue Tripodi – esprimiamo il nostro ringraziamento, vicinanza personale e affettuosa solidarietà ad Aldo Alessio che con le sue battaglie civili e il suo impegno per la libertà e per la democrazia ha dato un contributo fondamentale alla lotta contro la criminalità organizzata e contro la ndrangheta».
PAOLO TOSCANO
GAZZETTA DEL SUD











































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