OPERAZIONE CENT’ANNI DI STORIA - L’operazione condotta martedì pomeriggio dalla Squadra mobile e dai Ros su ordine della Dda reggina ha segnato la svolta in un’inchiesta delicatissima dove trovano spazio gli interessi nel porto di Gioia Tauro, lo scontro tra quelli che un tempo erano alleati di ferro, la ricerca frenetica di contatti col mondo politico per raggiungere obiettivi illeciti.

REGGIO CALABRIA - Tanti sforzi sono stati concentrati dal clan Piromalli per cercare di ottenere un miglioramento delle condizioni carcerarie per quanti si trovano al 41 bis. Ma l’impegno svariava anche in altri ambiti. I Piromalli avevano addirittura pensato di fare ottenere l’immunità al loro capo in libertà, Antonio, titolare di un’azienda che commercializza agrumi con gli Stati Uniti, cercando dal mondo politico una sua nomina in una funzione consolare per conto di un qualsiasi stato estero. Era stato il cugino di Piromalli, Gioacchino Arcidiaco, a parlare del progetto a Miccichè, anticipandogli le richieste da rivolgere al mondo politico.

Arcidiaco, nella conversazione, ricordava che c’era stata una discussione in famiglia e si era convenuta la richiesta di ottenre per il cugino un Consolato, indicando quali preferenze Russia, Vietnam, Brasile o uno stato arabo.

Il giovane Piromalli aveva visto crescere il suo prestigio con il trascorrere degli ultimi anni. Una conferma arriva dalle conversazioni intercettate nel carcere di Tolmezzo fra il boss Giuseppe “Pino” Piromalli ed i suoi familiari, in particolare con suo figlio Antonio, ritenuto a buon motivo il suo naturale erede.

Le conversazioni ricomprendono un arco temporale che va dal dicembre 2007 alle scorse settimane, attese le restrizioni derivanti dal regime del 41 bis a cui Piromalli è sottoposto. Il linguaggio usato dagli interlocutori è sempre criptico. Frequente è il ricorso alla gestualità che serve a sostituire alle parole. Giuseppe Piromalli frequentemente scuote la testa in cenno di assenso o dissenso, gesticola con mani e braccia. E altrettanto fa suo figlio Antonio, suo primo interlocutore in tutti i colloqui analizzati.

Un altro elemento caratterizzante del modo in cui i dialoganti si interfacciano è il frequente ricorso a lunghe pause e silenzi, a frasi interrotte, a parole lasciate cadere lì, che sembrano, a prima vista, avulse da qualsiasi contesto logico. Nel leggere la trascrizione delle conversazioni in questione gli inquirenti colgono la sensazione di visionare quelle di soggetti coinvolti nel traffico di stupefacenti, dove gli elementi descritti rappresentano la regola cui i conversanti si adeguano sistematicamente.

Non vengono mai fatti nomi e men che meno cognomi di persone, la cui indicazione è sempre affidata a rapporti di parentela e/o affinità (”il figlio di .”, “comare .”, “I due fratelli”), soprannomi (”Guess”, “Quelli degli elastici”, “Quello dei massaggi”, “Fiossa”, “I potatori”) o situazioni specifiche che si sono verificate nel passato e che sono note solo ai conversanti (”Quello che venne a Santa Margherita”).

Gli inquirenti giungono alla conclusione che l’ascolto delle conversazioni indurrebbe a pensare che ci si trovi di fronte a persone con seri disturbi della personalità, salvo poi ricredersi nel momento in cui si affrontano temi “tranquilli” in cui il linguaggio fra i conversanti diventa assolutamente chiaro ed intellegibile. Negli ultimi colloqui registrati Giuseppe Piromalli fa spesso ricorso al linguaggio labiale, sussurrando, o appena accennando, le parole.

GAZZETTA DEL SUD



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