“OPERAZIONE UOVA DEL DRAGO” - Francesco Fortuna era sfuggito all’arresto nell’ottobre del 2007 ed è ritenuto uno dei personaggi di spicco del clan Bonavota. Nel covo rinvenuto un arsenale di armi

VIBO VALENTIA - Armi micidiali, alcune delle quali capaci di bucare pure le blindate: un kalashnikov, un revolver calibro 357, una carabina Winchester, un fucile calibro 12 semiautomatico, un fucile a pompa a canna corta, un migliaio di munizioni e persino un lampeggiante del tipo in dotazione alle forze dell’ordine. Un vero e proprio arsenale, pronto per essere utilizzato. Le armi erano ben lubrificate e pronte per essere usate. Il possibile bersaglio rimane un mistero. Nella logica delle cosche nulla può essere escluso. La pericolosità del clan, infatti, rimane integra e lo dimostrano gli omicidi efferati messi a segno negli ultimi anni nel triangolo Pizzo-Sant’Onofrio-Stefanconi. Il rinvenimento di un lampeggiante nella villetta di contrada Bitonto, è un segnale piuttosto inquietante. Non si esclude, infatti, che le cosche stessero meditando qualche agguato che necessitava di una copertura speciale, magari facendo passare l’auto dei killer per un mezzo delle forze dell’ordine, forse anche una scorta.

Tutti elementi che ora sono al vaglio della Procura distrettuale antimafia, e precisamente del sostituto procuratore Marisa Manzini che ha coordinato il blitz dell’altra notte portato a termine dalle squadre Mobili di Catanzaro e Vibo Valentia. Un’operazione congiunta nel corso della quale è stato arrestato il latitante Francesco Fortuna, 28 anni, ritenuto un elemento di spicco del clan Bonavota di Sant’Onofrio. Era sfuggito nel corso dell’operazione denominata “Uova del drago” all’alba del 30 ottobre dello scorso anno. Fortuna non ha opposto alcuna resistenza. Con lui una ragazza, attorno alla quale vige il massimo riserbo. Gli investigatori hanno ritenuto di non rendere note le sue generalità, ma da quanto è trapelato si tratterebbe di una persona “pulita”, appartenente a famiglia perbene, e per questo motivo è stata solo denunciata. Ma su questo aspetto sono in corso ulteriori indagini per meglio definire i rapporti tra la ragazza ed il latitante.

Sono finiti in carcere, invece, con l’accusa di favoreggiamento i proprietari della villetta: Maria Fortuna, 48 anni (parente del latitante) e il marito Roberto Ceraso, 51 anni, titolari di una ditta di pulizie che lavora in molti uffici pubblici della città, compresa la Questura. La loro posizione è stata resa ancora più pesante per via dell’arsenale trovato all’interno della villetta.

Il blitz è stato supportato da circa venti uomini, pronti a tutto, coordinati dal dirigente della Mobile di Catanzaro Francesco Rattà e da Maurizio Lento dirigente della Mobile di Vibo Valentia. Ora tutti gli elementi raccolti vengono vagliati dagli investigatori e, in particolar modo, dal sostituto procuratore Marisa Manzini. C’è la consapevolezza che la cosca Bonavota possa contare su armi micidiali, e nello stesso tempo su una forza militare per certi aspetti sottovalutata fino ad oggi. Così come si cominciano a passare ai “raggi x” i collegamenti e le coperture di cui il clan fino ad oggi ha potuto godere. Una rete di persone, alcune delle quali anche insospettabili, che ha assicurano la latitanza degli esponenti del clan, così come fino a ieri notte era stato fatto per coprire Francesco Fortuna. Rimane ora da stabilire se la villetta di contrada Bitonto sia stata da sempre il nascondiglio del latitante, oppure, Francesco Fortuna ci sia arrivato attraverso altre tappe. Tutti elementi che ora passeranno al vaglio della Polizia e del magistrato inquirente.

Particolare attenzione sarà posta sull’arsenale sequestrato nascosto dentro un borsone, in alcune scatole e in un fustino di plastica, occultato in una intercapedine della mansarda. Sulle armi sarà fatta subito una comparazione per verificare se in passato siano state utilizzate in qualche omicidio. Negli ultimi tempi tra Pizzo, Sant’Onofrio e Stefanaconi sono caduti sotto i colpi del piombo Raffaele Cracolici, Domenico Di Leo e Antonino Lopreiato. Per alcuni di questi gravissimi fatti di sangue le armi sono state già rinvenute, in qualche caso anche carbonizzate. Ma gli investigatori non intendono lasciare nulla di intentato. Così come cercheranno di capire se in programma vi erano altri azioni criminali. E la presenza del lampeggiante lascia aperte molte piste, fa salire il livello di guardia, perché in questo caso il bersaglio potrebbe essere stato chiunque.

Trovati armi micidiali e un lampeggiante segno che la cosca si apprestava a sferrare un agguato importante

NICOLA LOPREIATO GAZZETTA DEL SUD



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