La requisitoria del pubblico ministero antimafia Sandro Dolce davanti alla Corte d’assise. È attesa fra martedi e mercoledi prossimi la sentenza del processo “Grande Drago”

CROTONE- Chiesti trent’anni di reclusione per Giovanni Abramo; venticinque ciascuno per Giuseppe Ciampà e Antonio Dragone; ventidue per Giovanni Oliverio. Queste le richieste di condanna che il pubblico ministero Sandro Dolce ha avanzato nei confronti dei quattro principali indagati per gli omicidi di Salvatore Blasco e Antonio Dragone, uccisi nel 2004 e considerati esponenti di spicco della malavita organizzata del Crotonese. Quattro indagati ai quali si aggiunge Giovanni Spadafora, di cui Dolce ha chiesto la condanna a due anni per favoreggiamento nell’ambito della stessa vicenda.

Le richieste del pm della Direzione distrettuale antimafia sono arrivate ieri, nel corso della sua requisitoria davanti alla Corte di Assise di Catanzaro. È qui, infatti, che si sta celebrando questo stralcio del processo scaturito dall’operazione “Grande Drago”, eseguita dalla Polizia nell’ottobre del 2005 tra Reggio Emilia e il Crotonese, e diretta contro le presunte cosche attive sul territorio.

Centodue anni complessivi, dunque, quelli chiesti per i quattro imputati principali: Giovanni Abramo, 32enne di Crotone, accusato dell’omicidio di Antonio Dragone; Giuseppe Ciampà (26 anni), Giovanni Oliverio (25) e Antonio Dragone (22), tutti di Cutro, accusati dell’omicidio di Salvatore Blasco oltre che di associazione mafiosa. Giovanni Spadafora, 36enne di San Giovanni in Fiore difeso dall’avvocato Brunetti, secondo gli inquirenti era invece al volante dell’auto su cui viaggiava Antonio Dragone al momento dell’agguato che ne provocò la morte.

Antonio Dragone, che gli inquirenti ritenevano il capo dell’omonima cosca, fu infatti ucciso il 10 maggio del 2004; la sua auto blindata fu bersagliata da colpi di kalashnikov mentre percorreva la strada che da Cutro conduce al bivio Lenza. Salvatore Blasco era stato freddato a colpi di fucile caricato a pallettoni poche settimane prima, il 22 marzo, davanti alla porta della sua casa di Cutro.

Due delitti che, secondo la tesi del pm Dolce, sarebbero maturati nella guerra di mafia tra i Grande Aracri e i Dragone che coinvolse i territori di Isola Capo Rizzuto e Cutro. Il presunto boss Totò Dragone, uscito dal carcere nel novembre 2003 dopo una lunga detenzione, avrebbe in pratica cercato di riorganizzare la sua cosca riunendo intorno a sè un gruppo di giovanissimi, coi quali vendicare l’omicidio del figlio Raffaele Dragone. Tra questi giovanissimi ci sarebbero stati, sempre secondo gli inquirenti, Ciampà, Dragone, Oliverio e altri due minorenni, che avrebbero pianificato sotto le direttive del boss l’agguato a Blasco. Quest’ultimo era, infatti, ritenuto uno dei luogotenenti di Nicolino Grande Aracri, presunto boss della famiglia che avrebbe scalzato i Dragone mentre il boss era in carcere. L’omicidio di Totò Dragone arrivò, in risposta, meno di due mesi dopo quello di Blasco.

Questa una parte del quadro ricostruito dagli inquirenti nell’operazione “Grande Drago”, che in sede processuale è stata poi divisa in due tronconi. A Catanzaro si sta celebrando quello relativo ai due omicidi Blasco e Dragone. A Crotone, invece, è in corso quello che ha per oggetto estorsioni e tentate estorsioni compiute, in provincia di Reggio Emilia, ad opera di una presunta associazione mafiosa composta da cutresi. Ecco perché quello contro le cosche del Crotonese è considerato un processo particolarmente importante nella lotta alla ‘ndrangheta. Un processo che va avanti da circa un anno e mezzo, e che ha portato alla costituzione di parte civile della presidenza del Consiglio dei ministri.

Al termine della requisitoria di ieri il pm della Procura antimafia Dolce ha presentato una memoria scritta; più di quattrocento pagine che contengono prove e risultanze dell’attività d’indagine che ha poi condotto all’operazione “Grande Drago”. Le giornate di oggi e domani saranno dedicate alla difesa degli imputati: Gregorio Viscomi e Salvatore Staiano che difendono Abramo; Luigi Colacino e Nico D’Ascola che difendono gli altri tre imputati.

La sentenza della Corte d’Assise, presieduta da Giuseppe Neri con a latere Antonio Saraco, è invece attesa per martedì 29 o mercoledì 30 luglio.

GAZZETTA DEL SUD



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