OPERAZIONE REVENGE - INIZIA IL PROCESSO IN CORTE D’APPELLO PER I 12 IMPUTATI DEL CLAN DEI GAGLIANESI
NDRANGHETA TODAY 20 Giugno 2008
| catanzaro - processo revenge rinviata l’udienza al 4 luglio | |
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La costituzione delle parti e il rinvio al 4 luglio hanno caratterizzato la prima udienza in Corte d’Appello a carico delle 12 persone, giudicate in primo grado col rito abbreviato, coinvolte nell’operazione “Revenge”, condotta dalla polizia contro il “Clan dei gaglianesi”.. |
svelando le ramificazioni dell’organizzazione criminale, secondo l’accusa, nel territorio e con la criminalità del comprensorio. La Corte d’Appello (presidente Fernando Rosario Barone, a latere Maria Ausilia Ferraro e Marco Petrini, cancelliere Giuseppe Femia) ha espresso la volontà di rinviare l’udienza in quanto il procedimento si preanuncia complesso. Volontà che è stata ribadita da parte della difesa e dal sostituto procuratore generale Alfredo Garbati. Da qui la decisione della Corte di rivedersi all’inizio di luglio quando si dovrebbe decidere sui termini di custodia cautelare, che per un imputato scadono il 20 luglio, e quando la parola dovrebbe andare al procuratore generale, alle parti civili (Regione, Provincia e Comune) e ad alcuni degli avvocati difensori.
Alla sbarra nel processo d’appello Giuseppe Arena (2 anni in primo grado), Massimo Berlingiere (2 anni e 8 mesi), Giuseppe Caroleo (4 anni e 8 mesi), Antonio Comito (7 anni), Pasquale Comito (3 anni e 8 mesi), Ida Luana Di Bona (6 mesi), Antonio Gualtieri (3 anni), Francesco Gentile (2 anni), Pasquale Marullo (3 anni e 4 mesi), Giuseppe Miniaci (2 anni), Agostino Trapasso (3 anni), Luigi Vecceloque Pereloque (4 anni e 2 mesi).
Intanto, all’aula bunker di via Paglia si è svolto ieri l’ennesima udienza degli altri imputati che devono essere giudicati col rito ordinario. Sul banco dei testimoni sono saliti, tra gli altri gli imprenditori Vincenzo Romani e Massimo Poggi e il medico Claudio Parente. Mentre Massimo Poggi ha preferito non rispondere alle domande, scelta condivisa anche da altri testimoni, del parere contrario Vincenzo Romani e Claudio Parente.
Il primo ha dichiarato di non conoscere assolutamente Anselmo Di Bona, ritenuto dagli inquirenti il boss del clan, e di non aver mai ricevuto minacce nè richieste estorsive. Nel cantiere - ha riferito Vincenzo Romani - si recavano spesso dei carabinieri per cui l’imprenditore ha chiesto spiegazioni su quel continuo via vai. I militari avrebbero riferito a Romani che stavano controllando Francesco Di Bona, fratello di Anselmo, che lavorava in una ditta che aveva il subappalto per alcuni lavori nel cantiere. Dopo aver appreso la notizia - ha riferito Romani - l’imprenditore si sarebbe recato dal titolare della ditta che aveva il subappalto chiedendogli di licenziare il fratello di di Bona in quanto non voleva avere problemi di questo tipo.
Dello stesso tenore la testimonianza di Claudio Parente. Il presidente del Tribunale collegiale Camillo Falvo (a latere (a latere Antonio Saraco e Assunta Maiore, cancelliere Alfonso Laborioso) ha chiesto al teste se fosse presente in aula Anselmo Di Bona. E Parente ha risposto di no perchè non lo conosceva. Invece Di Bona era presente. Parente, in qualità di presidente dell’Us Catanzaro, ha poi riferito di non aver mai subito minacce e di non aver avuto mai nessun tipo di rapporto con Di Bona. Tanto che la gestione del servizio di sicurezza allo stadio Ceravolo durante le partite (oggetto del processo) era stato affidato a una ditta di Reggio Calabria.
Il processo è stato poi rinviato al 2 luglio, visti anche i certificati medici presentati da altri testi che ora dovranno comparire nelle prossime udienze.
Giuseppe Mercurio Gazzetta del Sud











































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