REPORT SPARTACUS - UN PROCESSO SIMBOLO. SONO COMPLESSIVAMENTE 30 LE CONDANNE PER I CASALESI
CALABRIA NOTIZIE 19 Giugno 2008
DOSSIER PROCESSO SPARTACUS


Sono complessivamente 30 le condanne inflitte dalla prima sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli (presidente Raimondo Romeres, giudice a latere Maria Rosaria Caturano). Oltre alle sedici condanne all’ergastolo (nei confronti, tra gli altri, dei vertici della cosca come Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine), la Corte ha inflitto altre 14 condanne a pene varianti dai 30 ai due anni di reclusione.
Trenta anni è la pena stabilita per Pasquale Apicella e Giuseppe Russo, 21 per Antonio Basco, 16 per Luigi Diana, 15 per Dario De Simone (collaboratore di giustizia) e Nicola Pezzella, 14 per Franco Di Bona (anch’egli pentito), 10 anni e sei mesi per Carmine Schiavone (pentito), 9 per Guido Mercurio, 9 per Corrado De Luca, 4 per Alberto Di Tella e Giuseppe Quadrano (entrambi pentiti), 3 anni e tre mesi per Vincenzo Della Corte, 2 per Vincenzo Schiavone.
Primo e secondo grado è durato in tutto dieci anni. Dieci lunghi anni di processi nel corso dei quali i Casalesi hanno continuato a spadroneggiare, uccidere, intimidire. Sette anni il primo grado (sentenza il 15 settembre 2005) con 21 eragastoli inflitti e 95 condanne complessive: un totale di otto secoli e mezzo di condanne. Dei 21 ergastoli, nel secondo grado, durato «solo» tre anni ne erano stati chiesti 16. Confermati in aula. Sedici gli omicidi oggetti di valutazione e revisione commessi tra il gennaio 1988 e la fine del 1991: tra questi il più importante, quello di Antonio Bardellino, capo indiscusso della camorra casertana, ucciso in Brasile.
Un processo-simbolo, il processo a «Gomorra», non a caso chiamato «Spartacus», quasi si dovesse - come lo schiavo Spartaco - liberare un intero territorio dal gioco della camorra più sanguinaria e potente. Un giorno del giudizio scandito da minacce a giornalisti (la reporter del «Mattino», Rosaria Capacchione), giudici (Raffaele Cantone) e finanche a una star del calibro di Saviano,
Così la vigilia della sentenza contro un clan che, secondo calcoli approssimativi (per difetto), ha un giro d’affari di 30 miliardi di euro e ramificazioni in mezzo mondo, è stata scandita da paura e tensione. Timore di un atto eclatante, di un gesto di sfida allo Stato dopo le minacce rivolte in aula e anche dopo l’ironia sferzante di «Sandokan» che da dietro le sbarre dell’aula bunker aveva ammonito giornalisti e operatori televisivi: «Non sono un animale in gabbia, non voglio essere ripreso da Telekabul». Ma non è successo nulla se non il furto di un motorino, seminuovo, di una cronista, parcheggiato davanto l’aula-bunker.
E mentre i capi minacciavano in aula, i gregari sparavano nelle strade, terrorizzando pentiti e collaboratori di giustizia. Una lunga scia di sangue con l’eliminazione fisica di chi aveva intenzione di rompere l’omertà e collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia. Sotto le bifilari dei sicari sono così caduti Domenico Noviello, imprenditore che si era ribellato al «pizzo> e doveva testimoniare (proprio ieri è stato arrestato il suo estorsore), Michele Orsi, imprenditore del settore ecologico che aveva rotto il sodalizio di affari con i Casalesi e voleva collaborare con la giustizia. E ancora, ferita la nipote di Anna Carrino, compagna di Francesco Bidognetti «Cicciotto ‘e mezzanotte», che aveva scisso i suoi legami con il clan e sollecitava anche il suo uomo in carcere a fare lo stesso.
Corriere.it










































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